Ogni volta che sento parlare di una nuova tragedia sul lavoro, provo una rabbia e un dolore profondi. L’ultima vittima è Lorenzo Bertanelli, un operaio di 36 anni morto l’altro ieri al porto di Genova, schiacciato da un pezzo di una barca caduto da un ponteggio. Un’altra vita spezzata, un’altra famiglia distrutta, un altro nome da aggiungere alla lunga lista delle cosiddette “morti bianche”.
Il Presidente Mattarella ha più volte espresso la sua sensibilità su questo tema, sottolineando quanto sia inaccettabile morire di lavoro. In occasione della Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, ha detto parole forti: “L’intollerabile e dolorosa progressione delle morti e degli incidenti sul lavoro sollecita una urgente e rigorosa ricognizione sulle condizioni di sicurezza”. Ha ragione. Non possiamo più restare a guardare.
Queste tragedie non sono fatalità, sono il risultato di scelte sbagliate, di controlli insufficienti, di misure di sicurezza non applicate o sottovalutate. È ora che le istituzioni agiscano con urgenza: servono nuovi decreti per garantire più sicurezza nei luoghi di lavoro e soprattutto sussidi immediati e adeguati per le famiglie che restano sole dopo un infortunio mortale.
Lavorare non può significare rischiare la vita ogni giorno. È il momento di trasformare le parole in fatti concreti. Per Lorenzo, per tutte le vittime, per tutti quelli che ogni mattina escono di casa per guadagnarsi da vivere e hanno il sacrosanto diritto di tornare a casa sani e salvi.